| |
Il Destino non si inganna? 1
IL DESTINO NON SI INGANNA ?
LEGGO DELL'ALTRO : indice.beeplog.it/
IL DESTINO NON SI INGANNA? - Fanfiction Anonima, scovata in rete da un sito non più attivo. Il tema del < dopo la battaglia finale > è consueto, e l'opera forse è parte di un concorso, dato che il plot è presente in parecchie storie... Questa è una storia ALTERNATE UNIVERSE – per maggiori di 16 anni, per i temi adulti – Le conseguenze della battaglia finale, immaginate prima dell Principe Mezzosangue - Se per caso qualcuno avesse notizie degli autori, per favore comunichi a Cuccussette@hotmail.com - Angst – SORRY FOR ENGLISH SPEAKER READERS WE HAVEN’T THE ORIGINAL TEXT. WE CAN’ T NAME THE AUTHOR.
La battaglia ancora risuonava nella foresta attorno alla radura, e continuava. Severus, tremante per i postumi della maledizione Cruciatus e macchiato di sangue e sudore, costrinse la mente esausta a rendersi conto dello spettacolo che aveva davanti.
Voldemort era morto.
I ginocchi si allentarono, e quasi crollò per il sollievo. Voldemort era morto, andato, sconfitto, e Severus era libero. Fissò quello che restava del Lord Oscuro: uno dei più potenti stregoni dell’età moderna era stato ridotto a una massa informe, e giaceva sulla pietra come una bambola di stracci gettata de una ragazzina stufa. Alla fine, alla fine era morto.
E ciò significava –
Riprese di colpo ad agire, cercò frenetico nei ruderi dell’edificio. Si spronò ad attraversare i calcinacci caduti, usando i frammenti sfiniti della sua magia per scansare le pietre sciupate disseminate qua e là. Un così grande potere era stato sprigionato in quel posto: potere brutale e rozzo. Se avesse saputo quanto fosse forte il ragazzo, avrebbe fatto meno per provocarlo. La luce del mezzogiorno era stranamente brillante, come la luce del sole dopo una tempesta anche se non avesse piovuto da settimane.
Ecco! Sangue versato su una pietra, la luce del sole languiva su abiti grigi. Severus cadde in ginocchio al fianco di Potter. Non perse tempo a fissare le ferite del ragazzo come uno sciocco Hufflepuff, ma si mosse diretto a fare una diagnosi. Lavorava lesto ma pacato, estrasse la sua piccola collezione di pozioni di cura, spremette ogni residua magia che aveva in corpo, e si mise all’opera per salvare il Pivello – cha- tutti- ci- salvò. Severus non era un Guaritore, ma come minimo poteva impedire al ragazzo di morire per abbastanza tempo perché qualcuno li trovasse.
Potter si scosse debolmente, cercò di spingere via le sue mani. “Vol-demort?” sussurrò di colpo.
“E’ morto, Potter. Adesso tieni duro!”
Gli occhi del ragazzo si misero a fuoco su lui appannati, strizzandosi attraverso quel che restava dei suoi occhiali. Una lente era coperta da una ragnatela di incrinature e l’altra era in pezzi; la faccia era stata straziata dal vetro rotto. Ragazzo citrullo, non si era preoccupato di lanciare un incantesimo di Infrangibilità sugli occhiali. Potter era dannatamente fortunato di non aver perso un occhio. “Morto?” La voce ondeggiò incerta.
“Morto, Potter,” scattò. “Proprio come sarai tu se non stai fermo.”
Ma Potter si agitò ancora di più, facendo inghiottire una bestemmia a Snape. Quel dannato ragazzo non poteva obbedire a un ordine nemmeno per salvare quella sua malconcia pelle? Gli occhi di Potter stavano guardando oltre Severus, una mano si protendeva debole come a salutare qualcuno che stava oltre le spalle di Severus. Si voltò secco, chiedendosi chi potesse essere giunto così vicino senza che lui sentisse, ma non c’era nessuno.
Un colpo di tosse acquoso lo fece rigirare. “Dannazione, Potter, non ti ho tenuto in vita fino ad ora, perché tu debba crepare adesso!”
Si affannò frenetico, cercando di costringere il corpo malandato del giovane in una qualche parvenza di vita, mentre questi opponeva resistenza, e mugolava qualcosa di incoerente. Come faceva qualcuno così magro a contenere tanto sangue? “Sirius! Sirius!” C’era un sorriso sulla faccia di Potter.
“Dannazione, Potter, Black è morto, adesso tieni duro !”
“Voglio solo andarmene a casa,” gemette patetico il ragazzo, con gli occhi semiaperti. “Lasciami andare a casa. Non ho forse fatto tutto quello che mi hanno chiesto? Non hanno più bisogno di me. Lasciami andare a casa. Per favore?” Ma alla fine smise di agitarsi.
“Una volta che sei vivo, puoi andare dove ti piace,” scattò Snape.
Alla fine l’emorragia si era fermata e il corpo del ragazzo iniziava a guarire, e il pivello sarebbe vissuto abbastanza per vedere un Guaritore. Incontrò lo sguardo del giovane, senza attendersi gratitudine o anche solo coerenza, ma fu sorpreso nel vedere la tristezza fiorire di colpo sulla faccia pallida.
“Perché non mi hai lasciato andare a casa?” sospirò triste, sempre fissando oltre le spalle di Severus.
Severus di nuovo si voltò, stavolta lentamente, non voleva sapere cosa avrebbe visto. Tre persone, James e Lily Potter e Sirius Black, erano lì, i loro volti gravi. Black gettò un’occhiataccia a Severus, ma i Potter gli diedero solo occhiate tristi. Gli spettri non erano rari sui campi di battaglia, ma perché…? E poi i tre volti svanirono, e Severus si voltò di nuovo verso Potter, che lo squadrò con tanta disperazione che Severus quasi si scusò, anche se mai chiedeva scusa e nemmeno sapeva per cosa si stesse scusando.
Perché non vuoi lasciarmi andare a casa?
Non ho forse fatto tutto quello che mi hanno chiesto?
Non hanno più bisogno di me.
Avevano provato a supplicarlo di tenere vivo Potter, ma li scacciò e se ne andò a fare il suo ultimo rapporto a Albus, prima che il mondo degli stregoni si gettasse alla sua maniera nei festeggiamenti. E dopo che la desolazione della battaglia venne ripulita e i feriti ricoverati, il mondo ricompensava i suoi eroi. Con disgusto di Severus, lui era uno di loro. Con sua sorpresa,era acclamato.
Sedette tra la folla, si prese la medaglia tra le mani con una smorfia, e guardò Potter accettare il suo premio, e qualsiasi omaggio che potevano sobbarcare sulle sue spalle sottili. Potter sghignazzò alla folla, che acclamò quando lui sollevò una delle sue medaglie, trionfante. Era Severus il solo ad accorgersi che il sorriso non raggiungeva davvero i suoi occhi ?
Lasciami andare a casa. Per favore?
Il Destino non si inganna? 2
Ci fu un ricevimento dopo la cerimonia di premiazione, per gli eroi e le persone ‘importanti’. Per sua sfortuna, Severus era stato designato come eroe. Si nascose tra le ombre, e guardò la massa degli stregoni che prendeva posto con disdegno. Ridevano e parlavano e danzavano come se non ci fosse stata una guerra, come se l’ultimo dei morti non fosse stato seppellito solo il giorno prima. Come se il Snt.Mungo non fossestracolmo di mezzi morti,, come Minerva, e di impazziti, come la Granger. Come se adesso Voldemort non potesse più lanciare un’ombra che valesse la pena ricordare.
Sciocchi.
Potter e Albus erano in piedi vicini, attorniati dagli ammiratori. Il ragazzo parlava e rideva e recitava la parte dell’eroe, ma c’era un vuoto infinito nello sguardo, e spossatezza nel portamento, e il linguaggio del corpo non rimediava. Come i Guaritori fossero stati convinti a lasciarlo andare a quella farsa, Severus non lo sapeva. Il ragazzo era un attore davvero bravo, e nessuno dei codardi che gli si affannavano attorno fece caso che c’era qualcosa di sbagliato, ma Albus poteva vederlo. Severus attese che il Preside facesse qualcosa, dicesse qualcosa o attendesse che lui salvasse il ragazzo. Ma Albus solo sorrideva, offrì a Potter un sorbetto al limone, e se ne uscì per parlare con altre persone.
Severus non pensò meno ad Albus che in quel momento.
Se ne uscì dal suo angolino, una sottile nuvola tempestosa che attraversava l’arcobaleno, e se ne andò a fianco di Potter. “Signor Potter!” abbaiò con lo stesso tono che usava quando uno studente faceva saltare un calderone.
“Perché non ti stai riposando?”
Potter pareva pateticamente lieto di vederlo. “Io –“
“Casa! Hai appena sconfitto il Signore Oscuro e hai bisogno di riposo.” Diede occhiatacce agli ammiratori, alcuni di loro, ostili, biascicarono obbiezioni. Fece loro una smorfia. “Ti accompagnerò e mi accerterò che non ti ‘perda’.” Una scusa eccellente per scampare a quelle ridicole festività.
“Sì, Professore,” disse Potter con un debole sollievi, seguendolo in un percorso netto verso la porta.
Apparvero più vicino possibile all’appartamento blindato e Severus lo accompagnò alla porta, poi si voltò senza far parola.
“Professore?”
Lui si fermò per scrutare il giovane.
“Grazie.”
Severus si allontanò con una scrollata sdegnosa delle spalle.
------
Le risate si levarono dal gruppo di insegnanti nell’altra parte della stanza, soffocando Severus in una nauseante onda di sentimentalismo. Diede loro una smorfia e poi cercò di ignorarli col suo consueto modo di fare così ben allenato da anni di sofferta pratica. Albus insistette che tutto il personale presente nel castello dovesse incontrarsi ogni giorno in circostanze informali, e Severus non era mai stato capace di convincerlo a concedergli un’esenzione. Così ogni giorno dell’anno scolastico era soggetto a ridicoli chiacchiericci e ciance senza senso, come se non ne dovesse subire abbastanza dagli studenti. Ma Albus aveva insistito, e quello che Albus chiedeva Albus otteneva, poiché Severus gli doveva ogni cosa. Era stato Albus a salvarlo da Azkaban, e offrirgli una seconda opportunità e la possibilità di fare qualcosa per redimersi dai suoi errori. E così, per Albus, Severus sedeva nella Sala Comune dei Professori, leggeva in un angolo isolato e ignorava meglio che poteva i chiacchieroni colleghi.
Da quando c’era la guerra, comunque, evitarli era divenuto più difficile. Le voci erano più acute, ridevano di più, esultavano leggendo i giornali. C’era un tono forzato, stridente, nelle loro risate, che dava sui nervi, e c’era un sorriso quasi artificiale nelle loro voci. Era genuino, eccome, però c’era dentro un elemento isterico. Non c’erano lacrime, né esplosioni o compianto o dolore, sebbene pochi di loro fossero usciti dalla Guerra senza subire perdite.
Rappresentavano il mondo degli stregoni in un microcosmo: un focolaio di celebrazione, un festeggiamento frenetico e folle. Li disprezzava. Cercava di dimenticare, cercava di ignorare la Guerra, e siccome ci provavano così con tanto sforzo, ci riuscivano pure. Stavano dimenticando ogni dolore, tutte le angosce e la paura ed il sacrificio. Era come se fosse stata una storia o un gioco particolarmente realistico, e adesso che era finita non importava più a nessuno. Avrebbe voluto gridare loro, insultarli perché erano stati idioti e sciocchi. Se dimenticavano, come si sarebbero potuti difendere, la prossima volta? La gente era morta per la loro libertà e adesso ignoravano il prezzo che era stato pagato, e si perdevano in un’orgia di giubilo. Pazzi, il grosso di loro.
La porta si spalancò, permettendo ad Albus di entrare, con gli occhi ammiccanti. Severus guardò giù verso il libro per dissimulare uno scatto d’ira, poiché Albus, che doveva sapere meglio di tutti loro, stava cadendo nella via della dimenticanza. Sollevò di nuovo gli occhi come Albus prese a parlare, sorpreso di vedere che era venuto anche il Pivello –Che- salvò –Il- Mondo.
“Credo che tutti voi conosciate Harry Potter,” disse Albus per introdurlo. Ci furono risatine – chiunque non conoscesse Harry Potter doveva essersi nascosto in fondo a una buca almeno da diciassette anni con gli occhi chiusi e le dita negli orecchi. “Il signor Potter starà con noi per un po’ per fargli il tempo di recuperare senza venire assillato dagli ammiratori adoranti. Vi chiedo di non informare nessuno che lui è qui. Sono certo che tutti gli auguriamo di stare bene quanto prima.”
Si chiese per caso da chi fosse partita quell’idea di portare lì Potter ( una volta avrebbe detto che era stato Albus, ma adesso non ne era mica certo), Severus guardò con disdegno il ragazzo che veniva circondato da insegnanti ciarlieri e si rigettò nel libro, cercando di non sentirli.
Un mezzo capitolo più avanti, il movimento lo costrinse a rialzare gli occhi, e vide che gli insegnanti erano tornati a sedere e Potter, che poteva avere qualsiasi sedile desiderasse nella stanza, si era sistemato nell’altro sedile dalla sua stessa parte, da solo. Non lo guardava, ma sedeva silenzioso, le spalle curve, e guardava la gaia celebrazione con gli occhi semichiusi, e un’espressione intelligibile nel volto.
“Potter,” iniziò Severus cupo, come se avesse un insulto sulla punta della lingua, respingendo l’idea che il Pivello-che-Sopravvisse sarebbe divenuto talee si chiese perché qualcuno dovesse sedere accanto a lui. Ma Potter si voltò a incontrare il suo sguardo, e Severus fu azzittito.
Gli occhi del giovane non erano morti, a essere precisi. Severus non seppe come descriverli: non persi, né ossessionati, né senza vita… ma quasi. Potter lesto cercò di nasconderli, ma Severus aveva visto abbastanza. Abbastanza da capire che davanti a lui sedeva un ragazzo che non sarebbe dovuto sopravvivere. Di solito severus non credeva a Fato o Destino, ma sapeva che Potter sarebbe dovuto morire sul campo di battaglia. Ecco perché erano venuti i suoi genitori quel giorno, per portare via il loro figlio. Quello che era stato lasciato era un’ombra, un fantasma, un’anima ridotta all’inconsistenza.
Severus si alzò affrettato, e lasciò la stanza in un turbinare di tunica, non rendendosene conto fino a quando non ebbe raggiunto la sicurezza delle stanze dietro a cui aveva lasciato i libri. Non riusciva a capacitarsi. Sedette accanto al fuoco e fissò le lingue di fiamma che ondeggiavano, e provando una familiare sensazione: colpa. Non si era mai aspettato di provarla a causa del figlio di James Potter, sebbene negli ultimi tempi fosse arrivato alla riluttante presa di considerazione che Potter non fosse così per colpa del padre. Era sempre un arrogante, ingenuo Gryffindor, ovvio, ma uno di quelli per cui Severus riusciva a sentire colpa.
Colpa, poiché era Severus che aveva salvato la vita al ragazzo, Severus non l’aveva lasciato morire e non l’aveva lasciato andare. Era colpa di Severus se gli occhi di Potter apparivano più vecchi di quelli di Albus, vecchi e stanchi e pronti a riposare. Severus aveva un sacco di colpe che lo tormentavano; colpa per essersi unito all’Oscuro Lord, colpa per chi aveva ucciso, per quelli che aveva ferito, per quelli che non aveva salvato, per i ragazzi che erano morti per ché non gli aveva insegnato abbastanza… Non si era mai sentito in colpa per aver salvato una vita prima di allora.
Non dormì bene. Al mattino trovò il libro posato sulla sedia.
Passarono i giorni, Potter continuò a sedere accanto a lui – perché? Gli altri lo adoravano , sarebbero dovuti essere esaltati dall’averlo vicino, perché mai dovevano sedersi accanto a Severus? E gli faceva male. La colpa lo rendeva arrabbiato. Il ragazzo era sempre silenzioso ed introverso, era piuttosto Severus a parlarglielo stuzzicava e cercava di farlo scuotere. Ogni volta che vedeva Poter sentiva una nuova pugnalata di senso di colpa, anche se sapeva che nessun altro – nemmeno Albus – se ne accorgeva. Potter era un morto vivente, viveva oltre il suo tempo, vuoto. Pochi crimini di Severus lo affliggevano quanto questo, che gli compariva davanti ogni giorno e gli ricordava sempre cosa era accaduto. Di solito tornavano solamente come ricordi e, per carità della propria sanità mentale, poteva quasi forzarsi a dimenticarli. Ma Potter proprio non poteva andarsene.
L’umore di Severus era nero e i suoi colleghi lo evitavano assiduamente, ma Potter pareva non curarsene. Di fatto, sebbene fosse immancabilmente educato verso gli altri, e rideva e sorrideva come un vero eroe deve fare, sembrava a Severus che Potter fosse il suo solo vero amico. Bene, amico era una parola forte. Alleato era una parola migliore, un compagno in armi, unito contro un comune nemico: il resto del mondo. Aveva un senso; loro, il ragazzo che non sarebbe dovuto sopravvivere e la spia che non avrebbe mai desiderato di essere un eroe, erano entrambi stati presi a fondo nella guerra e ancora compiangevano le perdite, per il fatto che una guerra c’era stata davvero, per il dolore e la peura e la rabbia e la perdita dell’innocenza. Soli tra tanti che li circondavano, loro avevano lutto.
La peggiore cosa era che Potter non lo guardava mai in accusa. Ciò rendeva Severus più rude, perché sapeva che c’era davvero di che accusarlo, ed era una cosa da sommare alla sua lunga lista di fallimenti. Era colpa sua.
Dato che pareva che Albus fosse diventato cieco su tanti argomenti, Severus fu allarmato quando il Preside lo prese affidandogli il compito di mettere a fuoco il suo brutto comportamento con Potter.
“E’ tempo che tu superi l’astio contro James Potter,” disse benigno Albus. “E’ ingiusto che continui il tuo modo di fare odiando Harry.”
Ci volle davvero un lungo momento anche solo per ricordare a cosa si riferisse Albus. Odio per James Potter? Cosa? Nonn era quella la ragione per cui stuzzicava Potter.
Borbottò qualcosa di conciliante e andò dritto per la sua strada. Voleva ridere. Albus alla fine sbagliava, e alla fine si rivelava fragile ed umano. Ma non poteva ridere, poiché aveva bisogno che Albus fosse una forza sovrannaturale, Albus doveva essere l’onnipotente Preside che poteva risolvere ogni problema, aveva bisogno che Albus sistemasse quello. Aveva bisogno che Albus prendesse su di sé il suo errore e lo correggesse e aiutasse il ragazzo e levasse la colpa e facesse andare ogni cosa come doveva.
Ma non aveva più fede in Albus.
Il Destino non si inganna? 3

------
Il Daily Prophet pubblicò un altro articolo sull’ Oh- così- Meraviglioso- Pivello –che-ci- Salvò- Tutti. Severus scorse la ricca prosa con scorno, e poi gettò il giornale in grembo a Potter, che stava fissando il quartetto di insegnanti raccolti attorno al caminetto, sobbalzò appena e guardò il giornale.
“Sei ancora una celebrità, Potter,” sputò con una smorfia. Poter rabbrividì guardando il foglio, ma prese a leggerlo con avidità.
Severus lo ignorò, e guardò attorno nella stanza mentre sollevava la sua tazza di the fumante. La copia di giornale di Filius attirò la sua attenzione e siincupì. L’articolo era uscito con una foto di Potter che era quella di un eroe: si sbracciava e salutava il lettore. Ma nella copia di Severus, e lui la guardò per esser certo non lo avesse immaginato, era diversa. Nella sua dava le spalle, e si appoggiava sfinito alla cornice. Severis la fissò, ma la risata di Potter lo distolse.
“La stupefacente vittoria di Potter sull’Oscuro Signore e la meravigliosa dimostrazione di coraggio caratteristica dei Gryffindor.” Severus pensò che solo lui avrebbe potuto mettere un simile piglio sarcastico nel redigere un trafiletto. “Dimostra quanto ne sanno,” proseguì amareggiato il giovane. “Le Case non significano niente.” Guardò Severus con occhi sfiniti. “Il Cappello mi avrebbe messo in Slytherin.”
La mascella di Saverus non cadde, non perse la presa della tazzina. Si congelò, fissando Potter. Ma questi non lo guardava, guardava invece gli insegnanti, la mente lontana. Qualcosa dardeggiò negli occhi verdi. Rabbia o ira. “Odio le Case,” fece piano, rabbia feroce dissolta tra le parole, “Odio Voldemort e i cretini che mi credono un eroe. Odio la gente che ritiene che la Guerra sia finita solo perché ho distrutto Voldemort… Odio essere il famoso Ragazzo – Che - Sopravvisse” chiuse gli occhi e si afflosciò nella seggiola”Sono stufo di etichette.”
E poi il ragazzo volò via dalla porta in un lesto girare di tunica, e nessuno degli insegnanti fece caso che se ne era andato.
------------ F I N E -------------
IL SITO PROMUOVE LA CULTURA DEL FANTASTICO. IN OGNI SUA ESPRESSIONE - SOSTIENILA ANCHE TU - SCARICA E DIFFONDI LA RIVISTA ONLINE GRATUITA
LEGGO DELL'ALTRO : indice.beeplog.it/
Blog GRATIS di Beeplog.it
I contenuti dei weblogs provengono da autori privati. Beepworld non ha responsabilità alcuna!
|
|
|